L’ottavo continente

Giulia Pellegrini e Rebecca Sforzani, Filo in cotone riciclato, legno naturale e bioplastiche a base agar agar

“We must work towards a world where plastic pollution is unthinkable” (Charles Moore).

Nel 1997 Charles Moore e il suo equipaggio si ritrovano in mezzo a quello che verrà poi definito “continente di plastica”. Già nel 1988 la National Oceanic and Atmospheric Administration (NOAA) degli Stati Uniti aveva pubblicato un documento ipotizzando l’esistenza di questo accumulo di immondizia nell’Oceano Pacifico, conseguenza dell’agire umano e della corrente oceanica, ma l’entità del problema non era ancora evidente. A seguito della scoperta, Moore decide di cambiare vita e dedicarsi alla protezione e al ripristino dell’ambiente marino.

A partire da questa suggestione, l’opera “L’ottavo continente” vuole innescare una riflessione sull’uso smodato della plastica, in particolare monouso, e sulle implicazioni che hanno determinato una nuova geografia a livello mondiale.

L’installazione è composta da due dischi di legno collegati da una fitta maglia di fili in cotone riciclato, a creare un cilindro. Sul disco inferiore sono adagiate delle riproduzioni di scarti plastici create in bioplastica a base agar agar: una rivisitazione in chiave ecologica del problema. Il materiale scelto per creare queste bioplastiche, un’alga, non è casuale, ma è parte integrante dell’ecosistema marino su cui l’opera vuole focalizzare l’attenzione.

I fili simboleggiano il mare che accoglie e raccoglie la plastica, celandola. Il pubblico è invitato ad avvicinarsi all’opera, ad affacciarsi al problema con occhi nuovi, con maggiore consapevolezza.

La forma circolare rappresenta da un lato le correnti e il loro moto, dall’altro ci ricorda come questo rifiuto non scompaia mai, impiegando fino a 500 anni per scindersi in particelle microscopiche: si accumula nell’ambiente, formando isole e depositandosi nei fondali marini, mescolandosi con la sabbia nelle zone più remote del mondo e entrando a fare parte della catena alimentare.

Siamo poi così sicuri/e che la catastrofe delle isole di plastica non ci riguardi da vicino? Basti pensare che, ogni settimana, ingeriamo fino a 2000 minuscoli frammenti di plastica, l’equivalente di 5 grammi, o per meglio visualizzarlo, di una carta di credito. Come Moore ha preso coscienza del problema una volta che ci si è trovato davanti vent’anni fa, oggi non abbiamo scuse per ignorare la palese urgenza dell’inquinamento plastico e i suoi effetti.